Segnali dallo spazio: il progetto seti

seti

Con la scoperta delle onde gravitazionali teorizzate da Einstein un secolo fa, si è riacceso l’interesse verso l’astrofisica e le sue molteplici applicazioni. Di sicuro si è individuato un nuovo strumento per osservare l’universo che in futuro potrebbe rivelarci aspetti finora rimasti inaccessibili. Ma al di là di questo importante risultato, l’astronomia sta godendo di un ottimo momento. Per capire qual è lo stato dell’arte attuale della tecnologia e della ricerca che scruta il cielo abbiamo visitato l’osservatorio più grande d’Italia, in cui si ricevono i segnali radio provenienti da remote aree dell’universo.

È la stazione radioastronomica di Medicina, un complesso a 30 chilometri da Bologna gestito dall’Istituto di radioastronomia dell’Inaf, l’Istituto nazionale di astrofisica. La stazione comprende due strumenti di rilevazione, grandi occhi sensibili a una “luce” per noi invisibile: le onde radio. Il più imponente è la Croce del Nord che, con la sua area pari a quella di sei campi da calcio, fa parte del programma internazionale Ska per la realizzazione di una grande rete di telescopi nel mondo. Al suo fianco si trova una grande antenna parabolica di 32 metri di diametro dedicata a vari tipi di osservazioni astronomiche. La versatilità dei due strumenti ha permesso di inserirli in vari progetti. Uno molto ambizioso e veramente complesso, oltre a essere il più popolare: la ricerca di segnali per l’identificazione di intelligenze extraterrestri: Seti, Search for extra terrestrial intelligence.

ET, perché non rispondi?

La nostra galassia, la Via Lattea, è grande 100mila anni luce e contiene oltre 100 miliardi di stelle. Il progetto Seti, che vuole puntare il radiotelescopio e su quale frequenza operare? Gli scienziati si affidano al concetto della “serendipità”,ossia individuare un segnale artificiale nel corso della normale da le sue radici in ricerche avviate negli anni Cinquanta, ha la finalità di distinguere se il segnale ricevuto dal radiotelescopio sia un fenomeno naturale o se prodotto artificialmente da qualche civiltà tecnologizzata. Dove cercare? In quale direzione indagarne la natura e i dettagli dal punto di vista astrofisico. Contestualmente il segnale viene analizzato anche da un altro elaboratore di dati, che ha lo scopo di individuare automaticamente la presenza di segnali artificiali. “Per capire se un segnale è artificiale e monocromatico, cioè a banda molto stretta – afferma Stelio Montebugnoli, ingegnere senior presso l’Istituto nazionale di astrofisica, Istituto di radioastronomia di Bologna – si fa un’analisi di spettro. Ovvero, si esaminano le frequenze in modo molto accurato. Nella banda originale non potremmo individuare un eventuale debole segnale artificiale, perché sarebbe sovrastato dal ‘rumore’ di fondo.

Possiamo descrivere la situazione con una metafora: è come se dovessimo accorgerci di qualcuno che fa vibrare un diapason nel bel mezzo di una rumorosa festa paesana. Per riuscirci dobbiamo setacciare la zona in modo sistematico, perché l’ascolto di insieme sarebbe inconcludente’: Secondo Montebugnoli, a oggi, l’unica volta che si è pensato di aver individuato qualcosa di origine non terrestre è stata nel 1977: il famoso segnale “Wow” captato dall’Ohio State telescope. “Un unico caso – aggiunge l’ingegnere – che non è stato considerato attendibile, poiché le caratteristiche del segnale non rispondevano ai requisiti: per poterlo definire ‘intenzionale’, deve essere ricevuto con le stesse modalità osservative per un certo numero di volte e deve presentare l’effetto Doppler, cioè deve spostarsi in frequenza per effetto del movimento relativo dei due pianeti’: Che senso ha, con questi risultati, continuare a investire in contemporaneamente alle attività di ricerca in corso. Questo significa che, mentre i radioastronomi acquisiscono i dati di cui hanno bisogno per le loro diverse ricerche, scegliendo quali oggetti inquadrare e a quali frequenze sintonizzarsi, un dispositivo ‘parassita’ acquisisce il segnale che arriva dall’antenna senza interferire col lavoro dello scienziato e lo analizza separatamente. In questo modo il progetto Seti non ha costi e può continuare a esistere: una pratica che stanno portando avanti tutti i radiotelescopi collegati.

Cercare nel modo e nel tempo giusto

Molti scienziati ritengono che attualmente sia improbabile riuscire a mettersi in contatto con intelligenze extraterrestri. È di questo avviso anche l’ingegnere Stelio Monte bugnoli: “Noi cerchiamo i loro messaggi, ma potremmo finora averli ‘mancati’ per aver guardato nella direzione sbagliata, nel momento sbagliato o nel modo sbagliato. Il messaggio potrebbe esserci stato inviato quando sulla Terra c’erano ancora i dinosauri.

E che dire dell’inverso: come appariremmo noi, visti dai loro radiotelescopi? Se ci avessero cercato, per dire, solo poco più di un secolo fa, prima delle invenzioni di Marconi, cosa avrebbero captato da una Terra in cui nessuno trasmetteva onde radio? Sarebbe sembrata un pianeta morto, disabitato’: Secondo gli scienziati della stazione osservativa di Medicina, c’è sicuramente dita nell’universo, l’importante è capire dove e come cercare. L’esempio più lampante sono le esplorazioni su Marte. “Negli anni Settanta sono andati con le prime sonde, hanno scavato, fatto rilievi e non hanno trovato niente’ afferma Stefano Parisini dell’Istituto nazionale di astrofisica. “Ci sono voluti 20 anni – aggiunge – perché ricominciasse l’interesse per l’esplorazione del Pianeta Rosso.

Ora sappiamo che bisogna cercare in un altro modo, fare un certo tipo di trivellazione a una certa profondità. Il progetto Seti sta facendo un po’ lo stesso percorso: in questo momento stiamo rivalutando i nostri metodi di indagine per ottenere risultati migliori. Si stanno costruendo tanti telescopi innovativi, di cui molti per la radioastronomia. I cinesi hanno ‘copiato’ un nostro radiotelescopio (Srt, Sardinia radio telescope) da 64 metri, chiamandolo addirittura con la stessa sigla (Srt, Shangai radio telescope) e stanno costruendo il telescopio più grande del mondo, da ben 500 metri di diametro.

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