L’origine del senso di colpa

L'origine del senso di colpa

Non lasciare avanzi sul piatto, pensa ai bambini che muoiono di fame!, ci dicevano da piccoli per convincerci a finire la cena facendo leva sul nostro senso di colpa. Forse inutilmente, visto che i bambini difficilmente conoscono questo sentimento. Da adulti è diverso: a una scappatella extraconiugale spesso fa seguito il rimorso che ci attanaglia, una volta che ritorniamo a casa dal nostro lui o dalla nostra lei.

Il senso di colpa è un sentimento umano: già nel 2007, uno studio condotto dallo psicologo della New York University, David Amodio, illustrava sulla base di esperimenti di laboratorio, che ha un ruolo sociale: ci trattiene dal compromettere azioni riprovevoli migliorando la tenuta psicologica della comunità. E’ un bene che il senso di colpa esiste, altrimenti nessuno si sentirebbe più in dovere di rispettare regole e divieti e la società cadrebbe in anarchia totale.

Salta, psicologo e autore di Liberarsi dai sensi di colpa. Nonostante questo, il sentimento fu fortemente demonizzato fra gli anni Sessanta e Novanta, quando si voleva dimostrare che l’individualismo era la giusta via per il benessere. «Il senso di colpa, di per se stesso molto angoscioso, può trasformarsi in sentimenti positivi», spiega ad Airone lo psicoterapeuta Nicola Ghezzani, «come la consapevolezza di colpa e il senso di responsabilità».

Il senso di colpa può portare a depressione

Certo talvolta questa emozione è così forte da renderci difficile vivere serenamente. Dalle pagine del Fatto Quotidiano, La psicologa Patrizia Mattioli ha spiegato che «i sensi di colpa non si possono eliminare, tuttavia si possono capire e articolare. Altra cosa è se la loro intensità è distruttiva e prevede solo punizioni e dolore per gli errori commessi». Non c’è solo la psicologia a sottolineare come il senso di colpa eccessivo sia distruttivo per la psiche.

Nel 2012 uno studio pubblicato sugli Archives of General Psychiatry dimostrò il legame tra senso di colpa e depressione, evidenziato già da Frette’: attraverso indagini condotte con la risonanza magnetica funzionale, ricercatori dell’Università di Manchester (Regno Unito) hanno rilevato infatti una differenza sostanziale nelle regioni cerebrali associate al senso di colpa e alla percezione dell’accettabilità sociale dei comportamenti nei pazienti depressi rispetto ai soggetti sani. «La nostra indagine», ha spiegato a questo proposito Roland Zahn della School of Psychological Sciences presso la stessa università, «dimostra che la depressione va distinta dalla semplice tristezza proprio per la componente del senso di colpa che la caratterizza».

Nasce in famiglia

Il senso di colpa può quindi far molto male. A questo proposito Ghezzani fa un esempio: «Pensiamo a una ragazza bella e intelligente che si sente in colpa per essere più ammirata e stimata rispetto alla madre depressa e alcolista o alla sorella che è stata abbandonata dal marito. Il senso di colpa verso queste persone amate, ma meno fortunate, può spingerla a nascondersi agli occhi degli altri e a sminuire la propria intelligenza, rinunciando quindi alla vita affettiva, a una laurea o alla compagnia degli amici». Sono questi sensi di colpa “indotti” che rendono la vita difficile: «Se non riconosciuti e neutralizzati, tendono a imporci cose che non vogliamo», aggiunge Saita. Come si intuisce dall’esempio, i primi legami in cui può nascere il senso di colpa sono proprio quelli di sangue: «I contesti sociali in cui queste dinamiche trovano un buon humus sono quelli nei quali c’è un buon grado di coinvolgimento emotivo e di dipendenza affettiva ed economica».

Dalla colpa al ricatto

In modi diversi, quindi, la famiglia e l’ambito lavorativo favoriscono tali dinamiche: «Non dimentichiamo che a volte i sensi di colpa possono anche essere indotti da regali, gesti di affetto e di disponibilità che fanno sentire l’altro a disagio se non ricambia». Così è facile arrivare al ricatto morale. «Chi adopera il senso di colpa in modo consapevole per manipolare la sensibilità affettiva e le azioni di un altro deve avere un forte ascendente su di lui», dice ancora Ghezzani.
In questi casi dominano l’egoismo e il narcisismo, e la colpevolizzazione avviene per trarre un profitto personale o per il puro gusto sadico di sminuire e danneggiare. La dinamica rispetta sempre un certo copione: quando una persona vuole indurre un’altra a un certo comportamento, prima di tutto designa se stessa in ruolo di vittima (“guarda cosa mi stai facendo”), poi fa percepire all’altro che quel suo comportamento ha provocato un danno (“soffro per quello che hai fatto”), dopodiché si chiude in un silenzio di condanna (“disapprovo quello che hai fatto”).

Sano egoismo

Liberarci dal senso di colpa significa quindi saper cogliere il gioco che gli altri stanno proponendo per farci sentire in colpa. Occorre dunque essere un po’ egoisti? «No», dice Saita. «Bisogna piuttosto saper riconoscere ciò che l’altro ci sta offrendo. Quando il dono dell’altro è genuino, è sano ricambiare, mentre quando è una manipolazione, non ricambiare diventa un gesto d’amore verso noi stessi». In altre parole dovremmo abituarci a pensare che l’emancipazione necessità anche ai questo egoismo positivo.

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