In politica vince il marketing

Marketing politico

Dimentichiamo la vecchia propaganda, i programmi elettorali, le tribune televisive: oggi le elezioni si vincono con strategie di mercato, analisi statistiche, slogan a effetto, sms personalizzati, social e app. partiti stabili, elettori fedeli, volantini, comizi e manifesti? Dimenticate tutto questo. La politica oggi è un’altra cosa e le attuali elezioni presidenziali americane lo confermano. Oggi, nella fase della cosiddetta politica 2.0, le campagne elettorali sono dominate dall’uso massiccio del marketing politico e dalla segmentazione dell’elettorato, dalle analisi statistiche e dalla battaglia all’ultimo sondaggio d’opinione. E naturalmente dai new media, i nuovi mezzi di comunicazione, i social, le nuove arene di uno scontro che oggi si combatte dalla propria pagina Facebook o all’ultimo cinguettio di Twitter, senza disdegnare l’apparizione al popolare talk show o alla celebre trasmissione di intrattenimento.

Tutto fa brodo in vista di un successo che potrebbe arrivare sul filo del rasoio, magari perché si è indovinato lo slogan giusto.

Mercato

La politica come marketing insegna che gli elettori non sono mai omogenei, ma divisi in fasce suddivise per caratteristiche demografiche e sociali, ognuna con le sue aspettative, le sue ambizioni, i suoi desideri.
Ad esempio, c’è il “distratto”, da raggiungere soprattutto con gli slogan; il “pensionato”, sensibile al tema della spesa pubblica; lo “scolastico”, attento all’istruzione; la “casalinga”, che ha a cuore solo come arrivare a fine mese. Per raggiungere tutte le fasce di popolazione ci sono le nuove forme di comunicazione: non più solo la televisione, ma internet, gli sms, le app, il mailing, cioè l’invio cli lettere riservate ad alcune categorie di persone, l’organizzazione di riunioni con soggetti che appartengono a un determinato segmento, i programmi o la pubblicità a impatto differenziale se-condo i gruppi a cui sono rivolti. «Siamo arrivati al punto», afferma Massimo Chiais, giornalista e docente universitario di Studi strategici, autore del libro Menzogna e propaganda, armi di disinformazione di massa (2008), che «ciò che si dice e ciò che si fa non è così importante.

È fondamentale invece “esserci”. In questo senso, vale il concetto della cosiddetta “guerra asimmetrica”, secondo il quale in mancanza cli un campo di battaglia definito, come la vecchia Tribuna politica della Rai, per intenderci, unica arena cli fronte a milioni di telespettatori in attesa, tutto diventa luogo di scontro e quindi niente deve essere sottovalutato: non il vecchio cartellone elettorale, la pagina di giornale, la presenza sui media classici come radio e televisione. La partita però si gioca anche in Rete, sui new media, sui siti dedicati, nei forum, nei blog».

Spindoctors in campo

Un ruolo importante e svolto dagli spindoclors, termine preso a prestito dal baseball dove, con il verbo spin s’intende l’effetto dato alla palla da chi la lancia, azione che allude al “taglio” che questi consulenti sanno dare alle notizie. Sono i consulenti-strateghi del candidato, coloro che ne curano la comunicazione e l’immagine, stìggerendogli come esprimersi, come vestire e quali gesti fare o non fare. I più famosi della categoria sono probabilmente Michael Deaver, consulente di Ronald Reagan, Bernard Ingham, spindoctor di Margaret Thatcher, Alastair Campbell, che aiutò Tony Blair a imporsi nella politica inglese tra il 1997 e il 2003, Karl Rove, consigliere di George W. Bush. Gli spindoctors consolidano la credibilità del candidato, sminuendo quella dell’avversario e distraendo la stampa e l’opinione pubblica dai temi infidi per il loro assistito, valorizzandone piuttosto il lato umano: si pensi per esempio alla storia d’amore tra Carla Bruni e Nicolas Sarkozy, che influenzò non poco la sua campagna elettorale nel 2007. Anche i politici nostrani hanno fatto ampio uso di spindoctors.

Silvio Berlusconi ha fatto entrare nella sua squadra Karl Rove, ma anche consulenti italiani come Giorgio Stracquadanio (che ha lavorato anche per Mariastella Gelmini). Umberto Bossi si è avvalso della collaborazione di Gabriella Poli, mente Pierferdinando Casini si è rivolto all’agenzia Publicis, che nel 2006 inventò il fortunato slogan “Io c’entro”. Anche l’insospettabile Matteo Salvini s’avvale di un team di consulenti, con a capo Luca Morisi: questo ha inventato per lui il nomignolo “il capitano” che ormai si è imposto al popolo dei suoi sosteni-
tori, scalzando di fatto il termine “il capo”, riservato a Umberto Bossi.

Che cosa può fare il cittadino?

Ma come possono difendersi i cittadini dalle campagne di marketing dispiegate dai partiti? «Francamente», conclude Chiais, «credo che sia molto difficile difendersi dal bombardamento mediatico al quale sono sottoposti. Un modo sarebbe quello di cercare di cogliere le parole chiave utilizzate dalla propaganda politica, analizzandole per quel che sono: mosse tattiche per far leva sulle parti profonde della psiche individuale e manipolarla. Chi ha il compito di strutturare il messaggio politico-propagandistico-elettorale sa perfettamente quali leve azionare e per non cadere nel tranello ‘l’elettore non resta che imparare a individuare l’elemento truffaldino». Uno sforzo che non sembra essere alla portata di tutti: «L’elettore dovrebbe fare un attento lavoro di analisi e valutare criticamente l’intenzione di chi utilizza certe parole al solo scopo di essere accattivante, tenendo presente che dietro il tentativo di conformarsi il più fedelmente possibile all’immaginario di chi vota spesso si cela poco o nulla di fatto».

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