Cesare, il dittatore democratico

Cesare, il dittatore democratico

Grande tra i grandi della storia, era aristocratico di di nascita ma di idee progressiste e si fece portavoce dei diritti del popolo.  Accentrando a sé tutti i poteri, finì però per assomigliare a un monarca: una colpa che non gli fu perdonata e che pagò con la vita.

Caio Giulio Cesare nacque da una famiglia aristocratica, ma con forti legami con i populares: quelli che oggi chiameremmo “la sinistra” della Repubblica romana. Imparentato con Cinna e con Gaio Mario, si pose in posizione antitetica rispetto al conservatore Silla, che tentò in ogni modo di eliminarlo. La sua famiglia si vantava cli discendere da kilo, figlio di Enea, fondatore della nazione, ma si era impoverita e lui dovette indebitarsi per intraprendere la carriera politica. Le cariche, infatti, erano elettive, ma i voti venivano di fatto comprati dai proletari romani, che si appoggiavano come dientes agli esponenti delle famiglie più in vista.

Scontro con i conservatori

Durante la dittatura di Silla\Pulivano compilate le cosiddette lisi di proscrizione: elenchi di personaggi avversi alla fazione sillana che venivano affissi pubblicamente. Poiché chiunque ne avesse ucciso uno aveva diritto a parte dei suoi averi, si verificarono abusi di ogni genere e delitti atroci, che rimasero sempre impuniti. Il terrore regnava sovrano e nessuno era sicuro della propria sopravvivenza. Venuto a conoscenza di un tentativo di rivolta contro Silla, Cesare, avendo capito che non aveva alcuna possibilità di successo, preferì tenersene fuori. Ma una volta condotta a termine la sua riforma della repubblica in senso conservatore, Silla rinunciò ai suoi poteri.

Si dice che passando in mezzo alla folla da privato cittadino, un popolano gli lanciasse un insulto e che lui rivolto ai suo seguito dicesse: «A causa di quell’idiota nessuno deporrà più spontaneamente il potere». Cesare intentò vari processi di accusa agli esponenti sillani che si erano macchiati di delitti, ma senza successo. Così decise di andarsene per evitare le vendette degli avversari politici ancora molto potenti e pericolosi. Mentre viaggiava su una nave diretta a Rodi, fu catturato da un gruppo di pirati, che lo tennero in ostaggio per più cli un mese. Saputa la somma che chiedevano per il suo riscatto, si sarebbe offeso perché era troppo bassa. Alla fine riuscì a trovare i soldi per il riscatto, assoldò una flotta e attaccò i pirati: li fece prigionieri, poi strangolare e infine crocifiggere.

Il primo triumvirato A Roma, nel frattempo, si erano messi in luce due personaggi che sarebbero divenuti protagonisti della scena politica e militare: Gneo Pompeo e Marco Licinio Crasso. Pompeo riuscì a sconfiggere Sertorio, un generale di Caio Mario che resisteva in Spagna da diversi anni contro i comandanti sillani e che fu poi assassinato. L’altro riuscì a domare la rivolta di gladiatori e schiavi, capeggiati dal celebre Spartaco.

I due insieme ressero il consolato e cominciarono ad avere importanti contatti con Cesare che ormai era riconosciuto come il leader indiscusso dei populares. Mentre Cesare si affermava sempre di più, emerse all’improvviso Catilina, che si proponeva come leader rivoluzionario e mirava a fare un colpo di stato e instaurare una sorta di dittatura proletaria. Anche Cesare fu sospettato di aver preso parte alla congiura, ma si defilò in tempo. Cicerone smascherò Catilina con un’ardente requisitoria, inducendolo a lasciare Roma. Così fece: Catilina raggiunse i suoi seguaci in Etruria, dove fu sconfitto e ucciso dagli eserciti consolari. Nonostante Cicerone si imponesse come il difensore delle libertà repubblicane, era chiaro che le istituzioni erano in crisi e che certi personaggi potevano minacciarne l’esistenza.

Da pretore a console

Cesare lì abbastanza saggio da proseguire la sua carrier Atell’ambito istituzionale, rivestendo prima la carica di pretore, poi quella di governatore della Spagna, dove si distinse per una vittoriosa campagna contro i Lusitani nell’ovest dell’Iberia e infine quella di console, nel 60 a.C., a circa 40 anni di età. A questo punto la scena politica romana era dominata da tre uomini, Gneo Pompeo, Licinio Crasso e lo stesso Cesare, e la logica delle cose era che trovassero un accordo privato per controllare insieme lo stato.

Pompeo aveva vinto la guerra contro Mitridate in Asia minore e aveva un grande prestigio militare, mentre Crasso si era arricchito a dismisura con le confische delle liste di proscrizione e con la speculazione edilizia. I tre si impegnarono al reciproco sostegno sul piano politico, militare ed economico-finanziario. In più Pompeo sposò la figlia di Cesare, Giulia: un fatto significativo perché i matrimoni politici a Roma avevano peso e importanza. Il collega di Cesare nel consolato, Bibulo, di parte aristocratica, si assentò allora dalle sue funzioni pensando di boicottare le riforme di Cesare che invece andarono avanti impetuosamente.

Nel quadro degli accordi presi con gli altri “triumviri”, Cesare ottenne il proconsolato della Cisalpina e dell’Illirico e in seguito anche quello della Provincia (e cioè l’attuale Provenza). Ai suoi avversari politici non dispiacque troppo che se ne andasse da Roma, ma non potevano immaginare ciò che sarebbe successo: Cesare era intenzionato a espandere l’occupazione romana della Gallia e per questo arruolava nuove legioni in Val Padana. Gli Elvezi, un popolo celtico di circa 400mila persone e 90mila uomini atti alle armi che abitava pressappoco l’attuale Svizzera, gli offrirono il pretesto per un intervento armato in Gallia. Gli Elvezi, infatti, temendo un’invasione germanica, volevano trasferirsi in Gallia e chiedevano il permesso di transito pacifico nella provincia romana, attraverso il territorio di Sequani ed Edui. Cesare prese la palla al balzo, aggredendoli con straordinaria rapidità e potenza e annientando il loro esercito a Bibracte.

Poi li costrinse a rientrare nel loro territorio, garantendosi un presidio contro eventuali invasioni germaniche da nord. Intanto, sempre nel 58 a.C., il capo germanico Ariovisto aveva attraversato il Reno per aiutare le tribù celtiche dei Sequani e degli Arverni in lotta contro gli Edui, alleati del popolo romano. Anche Ariovisto, in realtà, era “amico” dei Romani e in un incontro con Cesare gli confidò di avere a Roma tante conoscenze che gli sarebbero state grate se lui lo avesse tolto di mezzo. Cesare tentò di trattare, ma senza esito. Non restò che combattere. I suoi uomini erano terrorizzati all’idea di battersi contro i biondi, giganteschi e invincibili Germani, ma riuscì a galvanizrirli e Ariovisto fu travolto e costretto a ripassare il Reno.

Verso il Nord Fra il 57 e il 53, Cesare, messo insieme un esercito di dieci legioni e una flotta di quasi mille navi, sottomise quasi tutta la Gallia “comata” (selvaggia) e invase la Britannia, una terra sconosciuta, densamente popolata e ricca di mandrie di bestiame e miniere di stagno. Non ebbe il tempo di conquistarla perché intanto aveva avuto notizie di una vasta sollevazione in Gallia, ma creò le premesse per l’occupazione di Claudio nel 43 d.C.

Tornato sul continente e saputo che i Germani incitavano alla rivolta i Galli promettendo il loro sostegno, Cesare costruì in brevissimo tempo un ponte sul Reno e passò in terra germanica per spargervi il terrore e dissuadere i popoli d’oltre Reno dal passare il fiume, ormai da considerare il confine invalicabile fra Gallia e Germania. Intanto, il capo degli Arverni, Vercingetorige, riuscì a creare una formidabile coalizione di tutte le genti galliche, ma più volte, benché in superiorità schiacciante, evitò il confronto diretto, preferendo difendersi in luoghi fortificati e alla fine trincerarsi nella città di Alesia, dove Cesare lo assediò con una duplice cintura difensiva; una rivolta verso la città e una verso l’esterno, da dove arrivò un esercito gallico di 240mila uomini per sbloccare la città ormai allo stremo. Cesare lo sconfisse e Vercingetorige non ebbe altra scelta che arrendersi e deporre le armi.

Dice Plinio che la conquista della Gallia costò un milione di morti e che fu un crimine contro l’umanità, ma essa divenne la provincia più fedele a Roma e in pochi decenni vi furono senatori galli seduti nel consesso della Curia. Il potere di Cesare era ormai spropositato e a Roma il Senato si appoggiò a Pompeo che però fuggì in Grecia, quando Cesare varcò il Rubicone e marciò sulla capitale, macchiandosi di un crimine gravissimo contro la Repubblica. Cesare passò poi l’Adriatico e, pur sconfitto in un primo scontro a Durazzo, inseguì Pompeo fino a Farsalo in Tessaglia, dove Io vinse e lo mise in fuga.

L’incontro con Cleopatra

Pompeo cercò allora scampo in Egitto dove il giovane re Tolomeo XIII gli era debitore: questi però sapeva da che parte ormai spirava il vento e lo uccise pensando di fare cosa gradita a Cesare che invece si infuriò per l’assassinio di suo genero e alla vista della sua testa imbalsamata. Cesare si trovò intrappolato nel palazzo reale di Alessandria d’Egitto assediato dall’esercito tolemaico e dovette restarvi per diversi mesi. Qui riuscì a entrare la principessa Cleopatra, avvolta in un tappeto, che non perse tempo e sedusse il grande conquistatore. Alla fine, liberato da un esercito di soccorso e da un contingente di soldati ebraici, Cesare riprese il controllo della situazione e mise in rotta l’esercito tolemaico.

Poi risalì il Nilo con Cleopatra, grazie a lui insediata sul trono d’Egitto: un viaggio spesso rappresentato come una crociera romantica e che invece fu una missione di conoscenza e di valutazione del territorio e delle sue risorse. In quel periodo comunque Cleopatra restò incinta e a suo tempo nacque il piccolo Cesarione. Cesare proseguì la sua marcia inarrestabile per spegnere ogni resistenza dei pompeiani, che battè a Tapso in Tunisia. Non prima di aver sconfitto, in una campagna fulminea, il re Farnace del Ponto a Zela nel 47 a.C. Famoso il suo messaggio al Senato «Veni, vidi, vici (Venni, vidi, vinsi)».

Trionfi romani

Finalmente Cesare rientrò a Roma, dove celebrò quattro fastosi trionfi, esponendo il bottino raccolto in tutte le sue campagne. Fu esposto anche il macilento Vercingetorige, subito dopo strangolato in carcere. La folla esultò anche perché non ci furono vendette né proscrizioni, come era successo con Silla, e si preannunciava un lungo periodo di pace. Ma in Spagna la resistenza pompeiana, guidata dall’ex braccio destro di Cesare in Gallia, Tito Labieno, e dai due figli di Pompeo, Gneo e Sesto, era ancora fortissima.

Gli scontri incrudelirono sempre di più. Quando si giunse alla battaglia finale a Munda, Cesare si trovò di fronte il suo ex luogotenente Labieo, che conosceva tutti i segreti della sua strategia e pensando che rischiava la sconfitta, si preparò al suicidio. La giornata si concluse invece con l’orrendo massacro dei suoi avversari. A Labieno però fu concesso un funerale degno del grande soldato che era sempre stato.

Dittatore perpetuo

Cesare celebrò il trionfo anche sui vinti di Munda e ciò fu considerato un vero e proprio crimine: neppure Silla aveva mai trionfato su altri romani. Per questo la considerazione che il popolo aveva di lui scemò drasticamente. Il Senato gli conferì la dittatura perpetua, violando la legge che non permetteva che quella carica durasse più di sei mesi e solo in caso di emergenza. Si diffuse la voce che volesse farsi re, ma ci sono fondati motivi per credere che molti eventi fossero stati orchestrati per screditarlo davanti al popolo, che aborriva la monarchia, o anche per isolarlo in vista di una congiura che stava prendendo forma. Altri, invece, hanno pensato che, ispirato da Cleopatra, Cesare volesse diventare un monarca di tipo ellenistico.

Le idi di marzo

La notte precedente le idi di marzo del 44 a.C. fu piena di sinistri presagi, ma Cesare decise di andare ugual-mente alla seduta del Senato dietro le insistenze di Decimo Bruto e con la scorta di Marco Antonio, suo braccio destro. Strada facendo, incontrò l’augure Spurinna, che già l’aveva messo in guardia: «Oggi sono le Idi di marzo», gli disse Cesare, «e non è successo nulla». Spurinna rispose: «Sì, ma non sono ancora trascorse». Giunti alla Curia, Decimo Bruto trattenne Marco Antonio fuori dall’aula e nella mezz’ora che seguì accadde di tutto, anche a causa degli attacchi isterici di Porzia, la moglie di Marco Bruto, tanto che i congiurati erano pronti a uccidersi l’un l’altro convinti di essere stati scoperti.

Visto però che non accadeva nulla, si decise di condurre a termine l’impresa. Cesare fu aggredito da più parti contemporaneamente e i suoi tentativi di difendersi non valsero a nulla. Il medico che fece poi l’autopsia riscontrò ventitré pugnalate, di cui una sola mortale. Finì così la straordinaria vita di uno dei più grandi uomini dell’antichità, nel bene e nel male: condottiero, politico rivoluzionario, riformatore e innovatore, giurista, scrittore e oratore di qualità eccelse, fondatore di un impero che sarebbe durato, fra Oriente e Occidente, per mille anni, lasciando una eredità di cultura e di civiltà incomparabili.

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