Leopardi e la matematica

Leopardi

La matematica secondo Leopardi: un’esperienza superiore

L’invenzione dei numeri cardinali fu la più difficile, perché comprende l’idea di una quantità determinata che risulta «quasi totalmente astratta e metafisica»: prima venne la numerazione ordinale — primo, secondo, terzo — poi la parola “due”, perché, a differenza dei nume-ri cardinali, la prima è legata a «un’idea materiale, e derivata da’ sensi, e naturale, cioè quella cosa che sta dopo ciò che è nel principio». Come dimostra — aggiunge Leopardi — il Robinson Crusoe di Daniel Defoe. Infatti «i popoli scarsi di favella e privi di sufficienti nomi numerali, si vede che infatti non sanno contare neppur sino al 20» e i bambini «non sono capaci di concepire appena confusamente nessuna quantità determinata (o di numero o di misura ecc.) se non piccolissima, cioè tanta per lo più quanto si stende la loro cognizione de’ nomi numerali; e non arrivano se non dopo lungo tempo a contar sino a venti» (28 novembre 1821). Tuttavia la matematica, espressione astratta e convenzionale della ragione, consente un’esperienza superiore della realtà, simile a quella del poeta. La poesia e la matematica sono espressioni massime del «grande talento» (19 settembre I 821) e «la matematica sublime» è l’esito più atto dell’«immaginativa fondata sul pensiero» ( I 4 ottobre 1820). In quegli anni l’espressione «matematica sublime» si usava per la matematica che sviluppa operazioni di derivazione e di integrazione, ma anche per la geometria e la fisica, e c’erano cattedre universitarie di «calcolo sublime», «geometria sublime» o «fisica sublime», come quella di Cauchy a Torino dal 1831 al 1833.

Sulle tracce del sublime

Il poeta dell’Infinito non può evitare l’esperienza e la riflessione sul sublime. Convivono così l’infinito come ‘nulla’ e l’indefinito come luogo deputato della vaghezza poetica. Un pensiero del 9 febbraio 1821 sottolinea il «salto infinito» tra la materia e il nulla, che costituisce il “vero” infinito. La ragione non può cogliere nella realtà l’infinito “attuale”. Ma con l’immaginazione sorge un’«infìnità che non esiste né può esistere se non nella immaginazione o nel linguaggio». L’infinito è un’«illusione ottica», tipica della tragica rivelazione dell’infelicità umana, fin dal tempo di Anassimandro: «Principio degli esseri è l’indefinito [àpeiron] … da dove infatti gli esseri hanno origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità: essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo». Leopardi, con GiambattistaVico, sostiene che la matematica, modello alto e sublime della ragione moderna, può solo congetturare sull’ordine della natura più essa astrae e universalizza, più è lontana dal sentimento e dalla vita, intesi dall’immaginazione poetica. Il sentimento, altissimo, dell’infinito, non si comprende con il sapere matematico: «e mi sovvien l’eterno, E le morte stagioni, e la presente, E viva, e il suon di lei. Così tra questa Immensità s’annega il pensier mio: 1 E il naufragar m’è dolce in questo mare».

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