La nascita del capitalismo

La nascita del capitalismo

Il capitalismo rappresenta un regime economico fondato sulla libera iniziativa privata, sulla privata proprietà dei mezzi di produzione suddivisione del lavoro. L’economia e la società capitaliste sono diverse da quelle della società antica, che aveva come modulo economico fondamentale la presenza della schiavitú: l’imprenditore o capitalista del mondo antico aveva la proprietà non solo dei mezzi di produzione, ma anche di chi produceva, cioè degli schiavi. La proprietà illimitata dal padrone sull’uomo-produttore di lavoro diventa limitata nel tipo di società successivo, che è quello della società feudale, a base prevalentemente agricola (ma in economia chiusa: ogni entità economica, castello feudale, comune, borgo, ecc., era praticamente autonomo e chiuso agli scambi).

Quest’economia chiusa, caratteristica del piú profondo Medioevo, accennò presto a sciogliersi e nuovi rapporti di produzione e sociali si andarono formando, già fin dopo l’anno 1000. È in questo periodo che appaiono i primi sintomi del nuovo tipo di società, capitalistico, legato ad una classe di audaci imprenditori e mercanti, la borghesia. Fra il 1000 e il 1200 la borghesia appare già come una classe apportatrice di un’economia a base mercantile, in contrasto con l’economia chiusa e ferma del feudalismo: organizzazioni splendide di questa prima economia mercantile borghese furono i comuni, specialmente nell’Italia settentrionale, in Germania, nelle Fiandre e in Francia.

Il regime feudale decadde ancor piú (per quanto certe forme esterne continuassero a sopravvivere e, in alcuni luoghi, anche la stessa sostanza di quel regi-me non mutasse) a causa dell’aumento dei traffici provocato dalle grandi scoperte geografiche dei secc. XV e XVI. La produzione fondamentale del primo periodo della società postfeudale, quella artigiana, dovette cedere di fronte al formarsi di un secondo tipo di produzione della società borghese, quella manifatturiera, in cui la forma dei capitale commerciale e bancario, che si era andato accumulando appunto in virtú dei grandi traffici, era altissima.

In principio venne spezzato il rapporto diretto fra l’artigiano e la sua clientela: l’artigiano cominciò a lavorare per il mercante ricco che distribuiva il prodotto; in seguito l’artigiano lavorò alle dirette dipendenze dell’imprenditore-mercante e divenne così lavoratore salariato. Col sorgere della manifattura il lavoratore artigiano perde il possesso dei mezzi di produzione e resta in possesso della sola sua capacità di lavoro, cioè della sua forza-lavoro, che è costretto a vendere al capitalista imprenditore, come una qualsiasi merce. Contemporaneamente a questo processo si veniva sviluppando il progresso della tecnica, l’inserimento della macchina come elemento sempre piú intenso di produzione. Verso la fine del sec. XVIII avviene la cosiddetta rivoluzione industriale, caratterizzata appunto da una piú intensa applicazione della macchina, dall’introduzione dell’uso del vapore come forza motrice, dai contrasti sociali sorti a causa della disoccupazione e dello svilimento della forza-lavoro umana dovuti alla concorrenza della macchina.

In realtà macchine (azionate dalla forza idrica) avevano avuto largo impiego anche precedentemente e la necessità di scoperte in questo senso era sentita sin dal sec. XV (si pensi all’opera di Leonardo, che esprimeva un’esistenza della società del suo tempo), ma la novità consisté proprio nelle vaste proporzioni assunte dall’uso delle macchine. Questa trasformazione economica, di cui il capitalismo è insieme causa ed effetto, ha imposto un radicale adeguamento delle istituzioni giuridiche, economiche e sociali, alle nuove strutture imposte dalla tecnica e dal progresso. In particolare, il sorgere di due nuove classi economiche che nel sistema capitalistico hanno peculiare ruolo di protagoniste ed in certo senso di rivali — quella imprenditoriale ed il proletariato — ha posto urgentemente il problema dei loro rapporti reciproci, che si è inevitabilmente esteso ai rapporti con l’organizzazione statuale.

In questo maggior problema, vivo rilievo ha l’esigenza di attenuare l’asimmetria economica esistente tra le due classi: esigenza che ha trovato, nei vari paesi, le piú varie soluzioni — scese dall’alto o imposte dal basso — che vanno da un estremo all’altro. Per tornare al capitalismo, esso oggi non esiste piú allo stato puro ed originario: le istanze sociali e le stesse necessità economiche hanno imposto sempre maggiori limiti e sempre maggiori stimoli, attraverso l’intervento statale. Tuttavia ancora il capitalismo moderno — si chiami esso neocapitalismo, capitalismo di massa o economia sociale di mercato o come altrimenti si voglia — ha una sua fisionomia inconfondibile. Infatti, quale che sia il grado di intervento regolatore, esso si esercita sempre in modo conforme alle leggi economiche, utilizzandone la forza anziché tentando di far violenza ad essa, e perciò facendo leva, attraverso gli incentivi, sulla libera iniziativa dei singoli. Inoltre, e soprattutto, pur coordinandoli nell’interesse generale, lo stato riconosce e tutela la legittimità dei fini individuali e personali di ciascun cittadino, garantendogli la possibilità di acquistare e di conservare la ricchezza, strumento economico necessario a raggiungere detti fini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *